Si tratta di unaricerca socio-storico-linguistica di uno dei maggiori fenomeni emigratori linguistici dialettali, dall’Italia all’Argentina, avvenuto nei novant’anni trascorsi tra il 1861 al 1951, e di come ciò influenzò il lessico di quel Paese e in particolare quello di Buenos Aires.

Il lavoro si articola in tre parti: nella prima, si illustrano le caratteristiche socio-politiche, economiche e culturali che hanno spinto milioni di italiani a lasciare la propria terra;  nella seconda si analizza il mutamento linguistico a Buenos Aires; nella terza parte si elencano le voci provenienti sia dai dialetti della lingua italiana, sia dai dialetti dell’Italia individuati a Buenos Aires e come questi, una volta assestati nella città, si trasformarono e s’integrarono nel nuovo lessico della grande metropoli argentina, costituendo quell’habla che ancora oggi caratterizza il modo di comunicare dei portenosinfluenzando, a sua volta,  il castigliano degli argentini.

Non deve ritenersi un caso dunque se il saggio si apre con la seguente citazione di Niccolò Macchiavelli:

“ Non si può trovare una lingua che parli ogni cosa per sé senza aver accettato da altri”

per sostenere che “…non c’è mai una prima volta nella storia del linguaggio e della cultura, tutti rielaborano qualcosa fatto già da altri, o magari nello stesso tempo in diversi luoghi“.

Ed è proprio questa considerazione il fulcro dell’opera, intorno a cui si snoda l’analisi della nascita dell’intreccio storico linguistico tra Italia e Buenos Aires che risale all’anno in cui questa città fu fondata nel 1536 quando il conquistadorDon Pedro de Mendoza y Lujanla battezzò Puerto de Nostra Senora Santa Maria del Buen Ayre, in omaggio alla Madonna di Bonaria che richiamava il colle Buen Ayre, ovvero il colle Bonaria nella periferia della città di Cagliari, coniato dagli aragonesi nella lingua castigliana del Cinquecento.

Ma è dalla metà dell’Ottocento che, favoriti dalle politiche immigratorie argentine, irruppero ed influirono sul modo di parlare a Buenos Aires e degli Argentini in generale, il maggior numero di idiomi “altri” tra cui innanzitutto i numerosi dialetti otto-novecenteschi degli italiani. Non fu quindi, come fa bene notare l’autore sempre nella prima parte, la nostra “bella e codificata” lingua italiana, ovvero standard, ad incidere sulla lingua argentina. D’altra parte il fatto era già stato ben rilevato dal nostro G.I. Ascoli nel Proemio dell’archivio Glottologico italiano, dove peraltro spiegava che “l’unità di favella” non si era potuta raggiungere per mancata “unità di pensiero”… E Annechiarico ribadisce questa verità evidenziando che gli Italiani erano divisi, oltre che da un punto di vista storico-geografico, anche in una multiculturalità linguistica che si è mantenuta quasi immutabile fino al 1951. Una frammentazione linguistica che ancora oggi contraddistingue il nostro Paese dove ancora si contano ben 370 dialetti di uso quotidiano. Annechiarico parla di una ‘bilinguità’ data dal contatto quotidiano tra lingua italiana e dialetto locale che ha portato a una “dialettizzazione” dell’italiano e ad una “italianizzazione dei dialetti”.

Ed è quindi in questa cornice che va letta la contaminazione della lingua parlata dagli argentini, fortemente influenzata quindi dai dialetti italiani. Tuttavia il linguaggio usato a Buenos Aires ha caratteristiche morfologiche, fonetiche e sintattiche che si differenziano da qualsiasi altro ispano parlante. La penetrazione lessicale dialettale ligure fu così incisiva da rendere La Boca, quartiere di Buenos Aires non lontano dal cuore stesso della capitale politica e sociale, una città completamente estranea all’architettura e allo stile di vita di Buenos Aires. E fu così che la sonante oralità ligure, mischiata con gli altri dialetti italiani e con le altre lingue immigrate a Buenos Aires, permise agli Italiani di diventare inventori inconsapevoli del cocoliche, nato ad imitazione della lingua parlata da Antonio Cuccolicchio, un manovale emigrato dalla Calabria, che con la sua cadenza dialettale mescolata al castigliano che sostanzialmente ignorava, voleva dimostrare a tutti i costi di essere un argentino a tutti gli effetti. Ne nacque così una caricatura teatrale che fu portata nei teatri dallo scrittore e romanziere argentino Eduardo Gutierrez, che alla fine del XIX secolo dette vita ad un nuovo linguaggio che era una sintesi dialettale italiana introdotto nel lessico argentino e che dette un’inattesa impronta d’identità linguistica unitaria degli italiani. Si potrebbe definire il Cocoliche come un’interlingua tra il castigliano degli argentini e l’oralità dialettale degli italiani, ma anche qualcosa in più: una mescolanza tra l’italiano dialettale, il lessico gauchesco della Pampa e il castigliano rio platense, in un susseguirsi di confusioni semantiche unitamente alla forzatura patetica di volersi assimilare al criollo, come descriveva E. De Amicis nel romanzo Sull’Oceano, già nel 1889.

Oggi il cocoliche come simpatica caricatura idiomatica del passato ‘800/’900 non si parla quasi piu’, ma non va dimenticato che nel 1927 La Reale Accademia Spagnola per l’importanza che la voce cocolicheraggiunse nel linguaggio degli argentini, ma anche tra gli uruguaiani, la assunse come termine della lingua castigliana, incorporandola nel Diccionario de la Real Academia Espagnolache la definisce come “gergo ibrido che parlano certi migranti italiani mischiando la propria lingua con quella castigliana”.

Se il cocolichedivenne sinonimo della “strana lingua” parlata dagli italiani in Argentina, il lunfardo, che ancora caratterizza el habla de la ciudaddi B. Aires, e che sembrerebbe al primo ascolto una sorta di socioletto, è, a differenza del cocoliche, un modo di parlare intenzionale non più prodotto dagli immigrati italiani, neppure dagli altri stranieri, bensì voluto dagli stessi Argentini di Buenos Aires, i porteños. Erano i figli in maggioranza di stranieri, appartenenti alle nuove generazioni di argentini, e copiavano il modo di parlare di tutti gli immigrati, inclusi i modi dialettali degli italiani. Questa argentinizzazione dei figli degli immigrati provocò un implicito distacco generazionale e culturale dai propri genitori che restarono prevalentemente dialettofoni. Ma per lo scrittore argentino J. Gobello, tra i fondatori dell’Accademia Porteña del Lunfardo, il lunfardo era qualcosa di più di un’imitazione burlesca fatta dai porteños, non era neanche una lingua speciale, un gergo, un dialetto o il linguaggio dei malviventi, maun “vocabolario composto da voci di origini diverse che l’abitante di Buenos Aires utilizza in opposizione alla lingua ufficiale”.

Oggi il lunfardo, con tutte le radici italiane, si trova nelle parole del tango, nei romanzi, nelle poesie, nei racconti e nei saggi che nutrono una ricca bibliografia che continua a evolversi ininterrottamente. Vocabolari e dizionari con tutte le voci di ieri e di oggi confermano la ricchezza linguistica del lunfardoche l’immigrazione lasciò in quella città.

L’attenta analisi socio-storica dell’immigrazione italiana in Argentina offerta dalla ricerca rende inevitabile il confronto con i flussi migratori dell’ultimo Ventennio verso l’Italia, permettendo di interrogarsi sulla naturale influenza che tutte queste le lingue sbarcate o atterrate nella Penisola avranno rispetto ai logici mutamenti lessicali nel modo di comunicare attuale o futuro degli italiani. Dunque, viene da chiedersi… se J. Gobello parla del cocolichecome di “lingua di transizione”, potremmo allora definire le lingue di transizione nate dall’incontro di culture “altre” come “lingue di integrazione”?

Va infine rilevato come lo studio accurato sui mutamenti linguistici del castigliano rioplatense al contatto con i dialetti italiani nel tempo metta in rilievo un fenomeno lessicale di significativo interesse che, unito alla serie di regole fonetiche espresse nella nota 5 del 2° Capitolo,  facilita la lettura delle voci trascritte nelVocabolario lessicale argentino di origine italiana, contenuto nella parte terza del libro, davvero piacevole da consultare. Vedasi parole come  Bacan (dal genovese), Balurdo (dal siciliano), Bachicha (dal ligure), Paneton (dal lombardo), Chata (dal genovese) ecc.

Bibliografia

Cocoliche e lunfardo: l’italiano degli argentini, Sabatino Alfonso Annecchiarico, Mimesis Edizioni, 2012,